MODELLO DI SVILUPPO

Dacci oggi la (non) crescita quotidiana ( prima parte).

Sarà che sono cresciuto negli anni cinquanta in mezzo alle capre e senza acqua corrente in casa, o perché i miei studi di biologia e neuroimmunologia mi hanno portato lontano dalle scienze economiche, ma ho sempre avuto qualche perplessità sul sistema economico occidentale, pur ovviamente prendendone parte attiva come tutti. Recentemente ho scoperto che qualcuno molto più autorevole di me in questo campo, ha pubblicato diversi libri criticando il nostro sistema consumistico e auspicando un'economia totalmente diversa. Si tratta di Serge Latouche, professore emerito di economia alla Sorbona di Parigi, le cui idee mi hanno piacevolmente sorpreso. L'importanza della materia e la speranza di far cosa gradita, almeno a qualche lettore, mi hanno spinto a riassumere qui per sommi capi il pensiero di Latouche che condivido ampiamente. Per non tediare oltremodo i lettori ho pensato di dividere il mio intervento in due puntate: la prima tratterà delle problematiche negative dell'attuale sistema economico e la seconda delle possibili soluzioni per superarle.

Nel marasma della crisi economica attuale non passa ora che da qualche parte non si senta invocare la crescita economica come unica soluzione di tutti i nostri guai . Sembra quasi un'invocazione di tipo religioso, un mantra salvifico per compiacere il dio della globalizzazione commerciale e della produttività industriale. La crescita del PIL viene sbandierata come promessa di felicità e benessere. Ma le cose stanno proprio in questo modo? Dal 1960 ai giorni nostri il PIL è cresciuto di molte volte, ma chi ha il coraggio di affermare che oggi si sta meglio ? A dare retta all'OCSE secondo cui nei suoi paesi membri il tasso di suicidi è aumentato del 10% negli ultimi 30 anni, sembra proprio il contrario.

L'altro ieri ho sentito paragonare la situazione attuale italiana e la dilagante disoccupazione giovanile all'immediato dopoguerra. Allora c'era stata la seconda guerra mondiale , ma oggi che è successo?

Nei decenni scorsi abbiamo assistito alla crescente marginalizzazione della nostra economia in nome del capitalismo, dell'accumulo di ricchezza per la ricchezza, del consumismo, della finanza internazionale ormai slegata dall'economia reale e della globalizzazione. Distretti manifatturieri e industriali una volta fiorenti e in grado di assicurare lavoro e benessere a migliaia di famiglie hanno delocalizzato la produzione nel migliore dei casi o hanno definitivamente chiuso. Basta pensare a Verbania, primo distretto industriale d'Italia agli inizi del secolo scorso e ora ridotta a capoluogo di una provincia periferica e abbandonata che sa vendere solo ciò che il buon Dio ci ha donato, il clima mite, il sole, il lago e le montagne.

In Italia, decine di migliaia di agricoltori che una volta campavano del loro lavoro e fornivano cibo di ottima qualità nella regione di produzione, hanno dovuto abbandonare i campi e diventare disoccupati o accontentarsi di vivere di assistenzialismo imbucati in qualche ufficio pubblico sopraorganico. In compenso sono sorti centinaia di centri della grande distribuzione che vendono le pere a marzo e le fragole a Natale, trasportate da voli transcontinentali il cui costo é in sostanza pagato dai produttori che si prestano a questo assurdo mercato e si accontentano di remunerazioni ridicole se confrontate con il prezzo alla distribuzione. I grandi centri commerciali hanno inoltre fatto chiudere migliaia di piccoli negozi producendo altra disoccupazione e togliendo dal territorio comodità e risorse per i cittadini. Adagio, adagio questo sistema economico ha marginalizzato prima le nostre belle montagne che si sono spopolate, poi alcune regioni e adesso sono a rischio intere nazioni, forse anche il nostro continente.

Un sistema assurdo e malato che oltretutto ha pure un elevatissimo costo ambientale. Oggi tutti vogliono vendere tutto, per cui si assiste alla pazzia di camion carichi di S. Pellegrino che dirigendosi in Francia incrociano sulle Alpi camion carichi di Evian. Oppure all'assurdità di importare in Italia pomodori cinesi, o ancora di produrre parti di un qualsiasi macchinario che per essere assemblati devono essere trasportati in Cambogia o in India, per poi ritornare in Italia per essere venduti , e così via per centinaia di altri esempi.

Si è calcolato che ogni americano vive come se avesse alle spalle 9 pianeti, noi europei invece ci accontentiamo di 3. Questo per dire che l'invocazione alla crescita economica che si sente da tutte le parti è completamente avulsa dalla realtà. Com'è possibile, infatti, un'infinita crescita economica in un pianeta dalle risorse finite ? Formuliamo l'ipotesi che prossimamente la Germania accetti gli eurobonds per cui la speculazione della finanza internazionale molli la presa sull'euro e che si ricominci a crescere, diciamo del minimo considerato accettabile dai guru dell'economia, il 2% annuo. Nel 2062, cioè tra 50 anni il PIL si sarà come minimo triplicato. Bene, come faremo a gestire i commerci, il traffico, l'inquinamento e i rifiuti relativi a un PIL tre volte maggiore dell'attuale?

Latouche menziona la storia dell'alga nello stagno: un alga comincia a crescere e a proliferare in uno stagno raddoppiandosi ogni generazione, gli abitanti dello stagno non si preoccupano perché comunque hanno sempre a disposizione il loro spazio vitale e l'ossigeno per vivere. Non si preoccupano neppure quando un bel giorno l'alga lo riempie a metà , ma la generazione successiva lo satura e lo stagno muore. Siamo arrivati a metà dello stagno terra?

Un grande politico americano, Robert Kennedy diceva :" Il nostro PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria, la pubblicità per le sigarette e le corse delle ambulanze che raccolgono i feriti o le vittime del traffico sulle nostre strade. Comprende la distruzione delle nostre foreste e la distruzione della natura. Comprende il Napalm e il costo dello smaltimento delle scorie radioattive. Per converso il PIl non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione, del divertimento dei loro giochi, della bellezza della nostra poesia, o della solidità dei nostri matrimoni. Non considera il nostro coraggio, la nostra intelligenza, la nostra integrità, la nostra saggezza. Misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta".

Al contrario, la pubblicità, che imperversa in ogni dove, (un mezzo studiato per rendervi scontenti di ciò che avete e farvi desiderare ciò che non avete, S. Latouche) fomenta un'odiosa invidia sociale con la falsa promessa che ciò che oggi appare privilegio di pochi sarà domani a disposizione di tutti. Invece capita il contrario: i ricchi (pochi) diventano sempre più ricchi e tutti gli altri sempre più poveri. Il nostro sistema economico assomiglia a un gigante che per non cadere per terra deve correre, solo che cosî facendo travolge tutto in una rovina generale.

Ma anche per i ricchi, i vincenti di questo sistema, la felicità promessa si traduce unicamente nella compulsiva accumulazione di beni materiali, per ottenere i quali molti accumulano stress, ansia, insonnia, turbe psichiche e malattie di ogni tipo.

Tuttavia, non si vuol vedere l'evidenza. Anzi, per mantenere questo sistema e i privilegi di pochi , "i dominatori del mondo" non esitano a sostenere la necessità ( non si sa come) di riportare la popolazione mondiale a 600 milioni di abitanti, numero compatibile con la sopravvivenza della biosfera. Se ne discute seriamente all'interno di associazioni dell'elite mondiale come l'organizzazione Bilderberg (W. Stanton, The rapid Growth of Human Population 1750-2000).

Ma esiste un'alternativa a questa follia? Certamente, ma prima occorre come dice Latouche, decolonizzare il nostro immaginario, scardinare, dico io, le nostre convinzioni più profonde e la nostra scala dei valori che confonde il ben-essere con il ben-avere. Latouche denuncia i pericoli del nostro sistema economico e propone una via d'uscita: quella della decrescita o meglio della a-crescita, cioè un sistema economico non imperniato sulla continua crescita come adesso. Si tratta di smettere di adorare il PIL e di tornare a un livello di produzione e stile di vita simile a quello degli anni sessanta con il vantaggio però delle tecnologie degli anni 2000. C'è di che riflettere abbondantemente, una scommessa difficile e impegnativa ma non utopistica, in nome dei nostri figli e del futuro della razza umana.

Per chi fosse interessato ad approfondire: "La Scommessa della Decrescita, Serge Latouche, Feltrinelli".

Dacci oggi la (non) crescita quotidiana ( seconda parte).

Desidero iniziare questa seconda parte delle mie riflessioni tratte dai libri di Serge Latouche, professore emerito di economia all'Università di Parigi, citando il pensiero di un grande giornalista ormai scomparso : « ... La natura non é lì perché l'uomo ne faccia quello che vuole. Niente é suo. E se l'uomo si serve di quel che c'é, deve dare qualcosa in cambio : almeno un ringraziamento agli dei che l'hanno creato. E poi l'uomo stesso é parte della natura e la sua esistenza dipende dalla natura e l'indiano sa che - la rana non beve l'acqua dello stagno in cui vive-.

In qualche modo anche noi in Occidente cominciamo a renderci conto che qualcosa non funziona nel nostro modo di comportarci con la natura. A volte abbiamo persino l'impressione che la nostra vantata civiltà, tutta fondata sulla ragione, sulla scienza e sul dominio di ciò che ci circonda ci abbia portato in un vicolo cieco, ma tutto sommato pensiamo ancora che proprio la ragione e la scienza ci aiuteranno a uscirne. Così continuiamo imperterriti a tagliare foreste, inquinare fiumi, seccare laghi, spopolare oceani, allevare e massacrare ogni sorta di animali, perché questo - ci dicono gli scienziati economisti - produce benessere. E con il miraggio che più benessere vuol dire più felicità, investiamo tutte le nostre risorse nel consumare, come se la vita fosse un eterno banchetto romano in cui si mangia e si vomita per poter rimangiare ».

Come contestare queste riflessioni così ben espresse da Tiziano Terzani nel suo « Un ultimo giro di giostra, 2004 » ? Credo sia impossibile per ogni persona di buon senso. Ma questa consapevolezza, come ho cercato di argomentare anche nella prima parte,  ci porta dritti dritti alla necessità di cambiare radicalmente il nostro sistema economico e stile di vita. Direi di più, dobbiamo compiere, se siamo una specie intelligente come ci riteniamo, una difficile inversione culturale a U, dobbiamo- per dirla con Serge Latouche- « decolonizzare il nostro immaginario » e capire che continuando così, con il consumismo , la globalizzazione e la chimera della continua crescita economica andremo presto a sbattere dolorosamente contro un muro.

Detto questo già mi par di sentire i soliti esperti - Ma come, non sai che la globalizzazione serve ad emancipare i paesi emergenti ? Tu vuoi buttare tutto alle ortiche ? Sei un puro egoista, vuoi impedire agli Indiani, Cinesi ecc. di raggiungere il benessere! »

Già, il benessere delle centinaia di migliaia d'Indiani che posseggono un telefonino ma non un WC e ogni giorno si trovano ad espletare i loro bisogni fisiologici sui binari delle stazioni ma con il telefonino in tasca oppure quello dei milioni di Cinesi sfrattati con la forza dalle loro case per far posto a centri commerciali dove potranno indebitarsi a vita. O quello degli Africani che hanno abbandonato il loro millenario sistema di sussistenza e patiscono la fame perché derubati della terra a favore dell'agricoltura intensiva che produce solo per le opulente comunità occidentali.

Ma allora che fare ? Premesso che la recessione economica nel nostro sistema attuale é una vera catastrofe come tutti ce ne stiamo rendendo conto, bisogna reimpostare l'intera struttura dell'economia mondiale costruendo un nuovo sistema basato sulla a-crescita, cioé un sistema sostenibile per la biosfera e che realizzi per tutti quello che Latouche chiama « l'abbondanza frugale ». Un sistema in cui l'economia e la finanza siano a servizio dell'uomo e non il contrario come adesso, un sistema in cui le gente abbia il necesssario per vivere e sia, se non felice, perlomeno contenta.

« Immaginiamo domani una Francia in cui ci sono solo 200'000 disoccupati, in cui la criminalità si é ridotta di quattro quinti, i ricoveri ospedalieri per turbe psichiche di due terzi, in cui i suicidi dei giovani si riducono della metà, in cui la droga scompare : non avremmo forse l'impressione di una meravigliosa società a misura d'uomo ? [...] Eppure questa era la Francia degli anni sessanta » ( Serge Latouche, La scommessa della decrescita ). Non sembra difficile estrapolare queste frasi anche per l'Italia e l'intero Occidente.

Occorre ritornare dunque a livelli di consumo degli anni sessanta, che non sono poi l'età della pietra. Ma come ?

Latouche suggerisce la regola delle otto R : Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.

Senza entrare nelle problematiche e i complessi tecnicismi sottesi ad ognuno di questi termini, ci sono secondo l'autore alcune misure semplici e apparentemente insignificanti che potrebbero avviare il circolo virtuoso della a-crescita e condurci a un livello d consumo compatibile con le risorse del pianeta e simile a quello degli anni 60-70.

1. Internalizzare nelle merci il costo dei trasporti e dell'inquinamento prodotto. Con questa

misura immaginate quanto dovrebbe costare un cosciotto d'agnello della Nuova Zelanda che per raggiungere le nostre tavole deve viaggiare per oltre 18'000 chilometri ! Che dire poi del turismo e dei suoi vettori. Recentemente ho sentito che  lo smantellamento della nave Concordia costerà come la sua costruzione, circa 300 milioni di Euro. A voi sembra normale che per i nostri mari girino delle vere e proprie città galleggianti solo per l'ossessione di far soldi degli armatori e spennando milioni di turisti ?

2. Rilocalizzare le attività, cioé produrre localmente la maggior parte dei prodotti necessari alla soddisfazione dei bisogni della popolazione a partire da aziende locali finanziate dal risparmio raccolto localmente. Questo significa che le banche dovranno finanziare le imprese locali e l'economia reale dimenticandosi della finanza internazionale. Corollario necessario ma non sufficiente di questa nuova politica economica sarà il ritorno a monete locali, abbandonando, per esempio, l 'Euro, strumento perverso della globalizzazione che, come tutti possono constatare, sta producendo danni irreversibili sia al Nord che al Sud del mondo.

3. Ripristinare l'agricoltura contadina. È necessario togliere sempre maggior quantità di terra all'agricoltura intensiva, alla speculazione fondiaria, all'impatto inquinante dell'asfalto e del cemento, alla desertificazione per darla all'agricoltura contadina rispettosa dell'ambiente. Questa dianamica contribuirà anche a risolvere il problema della disoccupazione sia al Sud che al Nord.

4. Trasformare l'aumento di produttività in riduzione del tempo di lavoro e creazione d'impieghi fino a quando esiste la disoccupazione.

5. Incentivare la produzione di beni relazionali tra la gente, la ricerca pura e la creatività.

Secondo me, questo punto e i tre precedenti costituiscono il fulcro della scommessa della a-crescita. Infatti se uno trovasse lavoro e quel che gli necessita a livello locale e avesse tempo da dedicare ai divertimenti o agli hobbies , non avrebbe bisogno di spostarsi né per andare al lavoro , né per comperare ciò che desidera , né per divertirsi. Considererebbe il posto in cui vive come il centro del mondo e non avrebbe più neanche il desiderio di andare chissà dove per le vacanze di cui probabilmente non avvertirebbe la necessità. Di conseguenza, meno strade e autostrade, meno automobili, meno aerei, meno navi, meno treni e poca pubblicità.

Piano, piano questo sistema invertirebbe la marginalizzazione di cui soffrono le cosidette aree periferiche a cominciare dai nostri paesi di montagna e la gente vivrebbe finalmente contenta in un mondo governato razionalmente nell'interesse di tutti e non solo di pochi.

Qui mi vien da dire che la regione alpina avrebbe solo da guadagnare diventando un laboratorio per la realizzazione della a-crescita.

6. Ridurre lo spreco di energia di almeno 4 volte.

7. Penalizzare fortemente le spese per la pubblicità.

8. Decretare una moratoria sull'innovazione teconologica, tracciare un bilancio serio e orientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove aspirazioni.

Questo punto pone un quesito difficile : dove mettere il limite ? Latouche lo risolve in due punti : 1. No a un'espansione illimitata della tecnologia, la tecnologia deve essere uno strumento e non il fine della vita umana. 2. Sì alla libera espansione del sapere ma con « ragionevolezza ».

Si capisce facilemente quanto queste soluzioni siano semplici ma allo stesso tempo difficili e impopolari, almeno secondo i criteri oggi imperanti. Eppure siamo di fronte a un bivio : dittatura della globalizzazione o forte democrazia locale ? Non si sente forse parlare di stato di guerra, di restrizione della libertà sottoforma di abolizione di ferie e festività, di mancanza di democrazia ( governo di tecnici), ecc., per fronteggiare le assurde situazioni e le angosce create dall'attuale crisi del sistema,? Di questo passo, pensiamo che di fronte alla crescente emergenza ambientale( é di oggi 23/8/2012 il titolo in prima pagina su La Stampa : « Da oggi la Terra viaggia in riserva. Risorse esaurite ».) sia impossibile una forma di ecofascismo in un futuro prossimo ? Dopo la grande crisi degi anni 30 del secolo scorso sappiamo tutti che cosa é successo. Chi non vede che , dietro ai balletti politici e alla farsa elettorale che sia da destra sia da sinistra propone solo la solita minestra riscaldata e velenosa del consumismo, le leggi sono di fatto suggerite dalle varie lobbies ?

Ben diversa é la scommessa della a-crescita. La rinascita di una forte democrazia locale rappresenta certamente un aspetto importante di una società basata sulla a-crescita molto più dell'utopia di una democrazia universale.

Si chiede il filosofo Raimon Pannikar : « Perché Dio, distruggendo il sogno di Babele, non ha voluto un governo mondiale ? Perché ha pensato che la comunicazone tra gli uomini dovesse avvenire a partire da piccole capanne a dimensione d'uomo, attraverso strade e non autostrade dell'informazione ? La risposta é che ha voluto tutto questo affinché i rapporti umani restassero personali.

( R. Pannikar, Qui a peur de perdre son identité l'a deja perdue. « Le Monde, 2/4/ 1996).

Ecco, potrebbe essere che la gobalizzazione, punta di diamante dei chierici della crescita continua che ritendono l'uomo padrone del mondo e senza limiti, sia la nuova torre di Babele e come tale destinata a crollare rovinosamente ?