DEI VACCINI E DEI LORO EFFETTI

Dai meccanismi spiegati nelle pagine seguenti si può dedurre che la risposta immune contro un agente infettivo integro non differisce sostanzialmente dall risposta  alla vaccinazione che usa come stimolo l'agente infettivo inattivato o parte di esso. Entrambe le reazioni conferiscono all'individuo una protezione robusta e duratura contro una seconda esposizione al microbo. Ovviamente nel caso dell'infezione vera e propria il sistema immunitario deve debellare ed eliminare completamente il microbo e purtroppo non  tutti gli individui ci riescono completamente ed ecco allora apparire complicazioni che possono essere anche gravi. Nel caso del vaccino tutto ciò non può accadere perché il sistema immune non ha a che fare con un'infezione vera e propria. Tuttavia é possibile che rarissimamente, molto più raramente che nel caso delle infezioni, ci siano reazioni collaterali negative anche al vaccino, anche se quasi mai gravi. In questi casi la "colpa" non può però essere imputata al vaccino  ma alla reazione immunitaria individuale contro di esso. Ne consegue che non vaccinare un individuo non solo lo espone a contrarre l'infezione specifica con tutti i rischi connessi ma anche non elimina in alcun modo  la possibile reazione  avversa dovuta alla sua particolare risposta immunitaria a quell'agentze patogeno. Conclusione: astenersi dalle vaccinazioni é un atteggiamento stupido.


La principale arma di difesa contro le infezioni è ovviamente costituita dal sistema immunitario. Perciò le vaccinazioni che attivano specificamente le difese immunitarie contro un determinato agente infettivo sono l'intervento di gran lunga più efficace per prevenirle e in alcuni casi anche per curarle. Tutti gli altri interventi terapeutici, dagli antibiotici contro le infezioni batteriche ai farmaci anti-virali contro i virus sono molto meno efficaci dei vaccini.

Nel 1976 Edward Jenner, un medico inglese iniettò nel braccio di un bambino una piccola quantità di materiale purulento prelevato dalle lesioni cutanee di una paziente che soffriva del Vaiuolo Vaccino, la forma di Vaiolo che colpisce i bovini e più lievemente l'essere umano. Jenner dimostrò poi che il bambino era diventato resistente al bacillo del Vaiolo umano. L'uso del Vaiolo Vaccino diede il nome alla pratica della "vaccinazione". In un primo tempo la vaccinazione fu guardata dall'ambiente scientifico con molto sospetto tanto che Jenner ebbe difficoltà a pubblicare i suoi studi, ma poi in breve il suo metodo ebbe un'amplissima diffusione tanto che nel 1805 Napoleone impose la vaccinazione a tutte le sue truppe, pratica che fu poi estesa anche alla popolazione civile. Un deciso passo avanti nella comprensione e nella diffusione dei vaccini lo diede poi Louis Pasteur che riuscì a creare un vaccino contro la rabbia o idrofobia.

Ma vediamo un po' più da vicino come mai i vaccini funzionano anche se la loro efficacia può variare nel senso che in alcuni individui può conferire una protezione più robusta e duratura che in altri. Tale variabilità non dipende dal vaccino ma dal patrimonio genetico di chi lo riceve, in particolare dei geni del Complesso Maggiore di Istocompatibilità [in inglese: Major Histocompatibility Complex (MHC). Il MHC è costituito essenzialmente da due famiglie di proteine che si definiscono di classe I o di classe II. Il MHC-I è espresso sulla superficie di tutte le cellule dell'organismo e pertanto costituisce una sorta di firma biologica del genoma individuale. Quello di classe II è invece espresso solo sui globuli bianchi (leucociti) del sistema immunitario ed è essenziale per la risposta immune agli agenti infettivi. Infatti, per essere riconosciuto dal sistema immunitario, un agente infettivo, che sia esso integro e patogeno o inattivato nel vaccino, deve essere fagocitato da particolari leucociti che sono presenti soprattutto nei tessuti a contatto con l'ambiente esterno come la pelle, il tratto gastrointestinale e le mucose dell'albero respiratorio. Questi particolari globuli bianchi si chiamano cellule dendritiche e fungono da vere e proprie sentinelle contro gli agenti patogeni. Quando sono a riposo estendono dei sottili prolungamenti (dendriti) che si insinuano tra le cellule del tessuto e per questo presentano una vaga forma stellata. La presenza di questi prolungamenti, che identificano appunto le cellule dendritiche, costituisce una vera e propria di rete di monitoraggio del tessuto attraverso l'espressione di un particolare tipo di recettori in grado di avvertire la presenza di agenti infettivi. I recettori si chiamano Toll-like receptors, una famiglia di molecole sulla superficie delle cellule identificata nei mammiferi negli anni 90. Lo strano nome" Toll" di queste molecole significa in tedesco "sorprendente, fantastico"e sembra sia stata l'esclamazione dello scienziato germanico quando le identificò inizialmente nei moscerini della frutta nel 1988. I seguito, si scoprì che questi recettori sono presenti anche nei mammiferi dove svolgono la funzione di sentinelle immunitarie. Infatti, le cellule dendritiche allarmate dai loro Toll-like receptors reagiscono producendo sostanze infiammatorie e fagocitando l'intruso. Dopo averlo fagocitato, lo smontano letteralmente in pezzi per poi esporne alcune molecole (antigeni) sulla loro superficie in stretto contatto con il MHC-II la cui espressione viene ulteriormente stimolata dalle sostanze infiammatorie. Dopo essere state stimolate dai Toll-like receptors e aver fagocitato l'agente infettivo, le cellule dendritiche ritraggono i loro prolungamenti assumendo una forma rotondeggiante e entrano nei vasi linfatici per raggiungere il linfonodo più vicino dove "presentano" ai globuli bianchi il proprio MHC-II, alterato dalla presenza dell'antigene. Questi globuli bianchi sono linfociti che derivano dal timo (un organo linfatico posto dietro lo sterno, per cui si chiamano linfociti T) e quando vengono in contatto fisico con le cellule dentritiche verificano la struttura molecolare del MHC-II per identificare la possibile presenza di un antigene estraneo. Il controllo viene eseguito da un recettore (T cell receptor, TCR) che se riconosce un'alterazione della struttura del MHC-II, scatena nel linfocita una serie di eventi che danno inizio alla risposta immunitaria vera e propria, diretta specificamente contro la molecola estranea e quindi contro l'agente patogeno da cui essa deriva. Le molecole estranee coinvolte in questo meccanismo sono peptidi cioè i mattoni che costituiscono le proteine del microbo patogeno.

Qui vale la pena fare una breve digressione per capire l'affermazione all'inizio del paragrafo e cioè che la forza della risposta immunitaria ad un determinato microbo é variabile da un individuo all'altro perché dipende dai geni del MHCII. Ricordiamo brevemente che i linfociti T si attivano e a loro volta istruiscono la risposta immune quando riescono a riconoscere sulle cellule dendritiche un'alterazione della struttura del MHCII. I geni del MHCII che sono situati sul sesto cromosoma sono polimorfi vale a dire che possono avere strutture diverse, chiamate alleli. Come per tutti i geni , ogni individuo ha due alleli, uno derivante dal padre e l'altro dalla madre. Se sono uguali l'individuo si definisce omozigote per quel gene, altrimenti come capita nella maggioranza dei casi si dice che l'individuo è eterozigote. Questa variabilità genetica é importante se si pensa ai milioni di germi che possono minacciare la nostra salute. Tuttavia può capitare che la struttura della molecola antigenica derivante dallo "smontamento" del microbo da parte delle cellule dendritiche assomigli in parte a quella del MHCII, per cui il linfocita T a cui sarà presentata farà fatica a individuarla e la sua attivazione sarà debole come la susseguente risposta immunitaria. Nel caso contrario, cioè quando il peptide estraneo presentato introduca una variazione significativa del MHCII , la risposta immune sarà vigorosa ed efficace. Questo meccanismo ha come corollario il fatto che in realtà le variazione genetiche del MHCII umano sono selezionate dagli agenti patogeni prevalenti di un dato ambiente. Nel corso dell'evoluzione il genere umano é stato esposto a bacilli e virus di ogni genere. È chiaro quindi che nel corso del tempo gli individui incapaci geneticamente di montare una risposta immunitaria efficace contro gli agenti patogeni dell'ambiente in cui vivevano sono stati da esso eliminati e quindi il microbo ha di fatto selezionato gli individui in grado di resistergli e che così hanno potuto tramandare il loro DNA ai loro discendenti. Un esempio molto eloquente della potenza dell'ambiente microbico nel selezionare il MHC umano lo si ebbe quando nel XVII secolo gli olandesi conquistarono parte della colonia portoghese del Brasile: dopo appena una decina d'anni la maggior parte dei conquistatori era stata eliminata dagli agenti infettivi del luogo non presenti nella nativa Olanda. Solo in seguito, i discendenti dei sopravvissuti mostrarono una resistenza alle malattie locali a quella dei nativi brasiliani.

Ma vediamo quello che succede dopo che le cellule dendritiche hanno attivato i linfociti T presentando il peptide derivato dall'agente infettivo o dalla forma non virulenta nel vaccino. Di regola, nella risposta immunitaria si sviluppano due meccanismi per combattere l'agente infettivo: la produzione di anticorpi specifici che riconoscono e neutralizzano l'agente patogeno e/o le sue tossine e la formazione di particolari linfociti T (linfociti T citotossici) in grado di eliminare specificamente le cellule infettate, per esempio da un virus. Noi qui fermiamo la nostra attenzione sugli anticorpi o immunoglobuline che circolano nei liquidi o umori corporei e che costituiscono la cosiddetta immunità umorale particolarmente importante per la difesa contro le infezioni batteriche , ma anche contro le malattie virali in quanto gli anticorpi possono neutralizzare le particelle virali nel momento in cui, dopo essersi moltiplicati all'interno delle cellule, escono per infettarne altre e diffondere così l'infezione nell'organismo. La produzione di anticorpi in grado di legarsi a strutture specifiche del microbo dipende da una popolazione di linfociti che sono stati definiti B , perché a differenza dei linfociti T che hanno origine nel timo, si generano invece nel midollo osseo (bone marrow). Il meccanismo di attivazione dei linfociti B che esprimono sulla loro superficie dei recettori in grado di legare le strutture antigeniche dell'agente infettivo dipende dalla loro interazione con i linfociti T attivati dalle cellule dendritiche nei linfonodi drenanti il sito dell'infezione o dell'iniezione del vaccino. Questa interazione stimola la produzione di particolari sostanze (citochine) che portano i linfociti B a trasformarsi in plasmacellule in grado di produrre grandi quantità di anticorpi specifici contro gli antigeni del microbo e di favorirne così l'eliminazione (vedi figura ).

Una volta eliminata l'infezione o gli antigeni contenuti nel vaccino, gran parte delle plasma cellule così come i linfociti T attivati vanno incontro ad un processo di morte programmata e il sistema immune ritorna allo stato di riposo. Parte dei linfociti B attivati però sopravvivono ed esprimono sulla loro superficie i recettori specifici per gli antigeni che ne avevo provocato l'attivazione , in altre parole "ricordano" nella loro struttura superficiale di aver già incontrato quei determinati antigeni. Infatti si parla di memoria immunologica in grado di attivarsi molto velocemente senza bisogno dei meccanismi descritti in precedenza per produrre grandi quantità di anticorpi specifici nel caso l'organismo venga in contatto per una seconda volta con quell'agente infettivo. Questo meccanismo di protezione é alla base della grande efficacia dei vaccini ( Vedi Tabella).

Come si vede la tecnica della vaccinazione ha avuto e ha tuttora uno splendido successo. Recentemente le opinioni sulla pericolosità dei vaccini sono il frutto dell'assenza delle stesse infezioni prevenute dai vaccini, é come se i vaccini fossero vittime del loro stesso successo. La gente non si ricorda più che cosa siano quelle infezioni né la loro pericolosità e allora in una assurda caccia alle streghe ingigantisce ciò che esiste solo in misura trascurabile, cioè le reazioni avverse dei vaccini. Si tratta sempre di pesare il beneficio dei vaccini contro la probabilità veramente piccola che possano causare effetti collaterali negativi. Al contrario, abbandonare la pratica delle vaccinazioni sicuramente produrrà nel tempo problemi sanitari gravi e molti decessi. Infatti, un recente studio epidemiologico eseguito in modo rigoroso e scientifico esorta a non modificare i protocolli delle vaccinazioni attualmente in uso in quanto i benefici sono di gran lunga superiori ai possibili effetti negativi che sono rarissimi. La review suggerisce tuttavia che le istituzioni internazionali che monitorano l'efficacia e l'innocuità delle vaccinazioni dovrebbero collaborare più strettamente in modo da identificare con maggiore precisione i fattori di rischio per i rarissimi casi di effetti collaterali negativi dei vaccini.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26986067.